Le due domande sembrano una sola ma non lo sono: da che età è capace di giocare e da che età può avere un account. La prima dipende da vostro figlio, la seconda dalla legge.
Cosa serve saper fare
Per giocare a un gioco di carte da collezione servono tre cose, e nessuna è complicata:
- Leggere una frase breve: il nome dell'attacco, una riga di effetto.
- Fare somme e sottrazioni entro il centinaio: i punti vita si calcolano a mente, anche se nei giochi digitali li conta lo schermo.
- Tenere in testa un piccolo piano: "metto energia qui perché al prossimo turno attacco".
In genere queste tre cose arrivano insieme verso i sette-otto anni. Prima si può giocare lo stesso, ma accanto a un adulto, ed è un'esperienza diversa — più simile a un cartone animato interattivo che a un gioco di strategia. Non c'è niente di male, basta saperlo.
La parte di costruzione del mazzo, quella che rende questi giochi interessanti per anni, in genere diventa alla portata verso i dieci.
Cosa dice la legge in Italia
Qui non è questione di capacità ma di regole. Il Regolamento europeo sulla protezione dei dati (GDPR), all'articolo 8, dice che per i servizi online il consenso di un minore è valido da solo a partire da una certa età, e lascia a ogni Stato la scelta fra 13 e 16 anni. L'Italia ha scelto 14.
Tradotto: sotto i 14 anni, un gioco che apre un account e conserva dei dati deve avere il permesso di un genitore. Non è una gentilezza: è un obbligo.
Come funziona in Zookai. Alla registrazione si chiede l'anno di nascita. Se risulta meno di 14 anni, compare il campo per l'email di un genitore: l'email di conferma arriva a voi, spiega cos'è il gioco e cosa conserviamo, e l'account resta spento finché non cliccate. La data del consenso viene registrata, perché è la prova che il permesso c'è stato.
Un account per un figlio, fatto bene
- Usate un'email che controllate voi, o un alias. Molti servizi di posta permettono di aggiungere un suffisso all'indirizzo: le risposte arrivano nella vostra casella e vedete tutto quello che il gioco manda.
- Il nome nel gioco non è il nome vero. Non c'è nessun motivo per cui un profilo di gioco debba dire come si chiama vostro figlio.
- Password diversa da quella di casa, e scritta da qualche parte.
- Provate voi per primi per cinque minuti. Si capisce più da una partita che da tre pagine di recensioni.
I segnali che un gioco è pensato male per i bambini
- Non chiede l'età, o la chiede e non se ne fa niente.
- La chat è aperta a chiunque, senza che serva essere amici.
- Il negozio è la prima cosa che si vede, e ci si torna da solo.
- Le notifiche arrivano la sera tardi per farlo rientrare.
- Per cancellare l'account bisogna scrivere un'email e aspettare.
Uno solo di questi non condanna un gioco. Tre insieme sì.
E il PEGI?
L'etichetta PEGI dice a che età il contenuto è adatto — violenza, linguaggio, paura — e segnala separatamente la presenza di acquisti dentro l'app. È utile, ma non dice niente su quanto il gioco sia fatto per tenervi incollati, che è la cosa che riguarda di più un genitore. Quella si capisce solo giocandoci cinque minuti.
Se volete guardare com'è fatto Zookai prima di farlo provare, si apre qui, e c'è la pagina che spiega tutto ai genitori.
Zookai